Il 5°Clone



Il destino di un bardo


 

Preludio
 
2798 Ultima Era Prima della Venuta della Dama
 
La capitale era stretta sotto assedio ormai da diversi mesi e già da tempo resisteva solo con la forza della disperazione.
Gli assedianti, fin dall’inizio dell’apocalittica guerra, avevano lanciato con grandi catapulte i corpi infetti dei loro stessi compagni, portando le più letali malattie all’interno delle mura e conducendo non pochi uomini sulle oscure vie della pazzia, facendo così venir meno all’esercito il sostegno della città e causando il progressivo disfacimento dello stesso, decimato dalle battaglie e dalle malattie e squassato da guerre intestine. Per finire gli arcieri, sui quali maggiormente contavano i generali, fuggivano dalle mura terrorizzati, spesso lanciandosi nel vuoto incontro a una triste nonché disonorevole fine, da tanto era il terrore che le scure file del Caos suscitavano negli uomini.
 
Il dodicesimo giorno del sesto mese d’assedio volgeva al termine, quando l’esercito del Caos reputò di avere rimpinguato a sufficienza le sue schiere e si decise a colpire con tutta la sua imponderabile potenza, ma quello che secondo ogni logica sarebbe stato l’attacco decisivo che avrebbe decretato l’assoluta vittoria del caos si trasformò, per questi, in uno sfacelo.
Non appena il più grande fra i condottieri del Caos oltrepassò i portali sfondati si parò di fronte a lui uno dei più nobili cavalieri del popolo degli uomini di Fahndras, Lawen detto il mago di Lekra e sul suo capo poggiavano la magnificenza e l’orgoglio di tutte le razze, imbrigliati in una corona forgiata dalle forti braccia dei nani in quel favoloso metallo che è l’argento temprato più e più volte secondo la regola, chiamato, in lingua elfica, mithril. I Magnifici bassorilievi e le minuscole e perfette rune intarsiati su di essa provenivano invece dal popolo degli elfi e infine le preziosissime pietre e il portatore stesso della corona erano l’apporto della razza degli uomini.
Di fronte all’incommensurabile luce di questa perfino il semidio generale del Caos si piegò, ridotto a un verme strisciante. Fu così che l’intero esercito demoniaco venne rimandato nuovamente oltre il Confine, e il passaggio che conduceva in quelle terre oltre il mondo fu sigillato, finché un demone incredibilmente potente non lo avesse riaperto o la fine del mondo fosse sopraggiunta.
 
Anno 3567 della terza Era Dopo la Venuta.
Il triste giorno era infine arrivato e i demoni che avevano superato il Confine si stavano già dirigendo all’Alta Torre. Gli eserciti di tutte le razze si stavano mobilitando per combattere l’invincibile armata, ma i saggi fra gli uomini si rendevano conto che non vi era più sulla terra una magia potente quanto quella della corona.
Ben pochi fra questi saggi, però, erano a conoscenza di uno dei più grandi segreti di tutte le terre: la miracolosa potenza della Corona non era mai andata persa, e la Corona stessa giaceva tuttora in una remota regione al nord.
In ogni caso erano già stati mandati degli emissari a trovare l’unico erede di Lawen, e unico uomo ad avere diritto a portare la Corona…
 
 
Il destino di un Bardo
L’alba era passata già da alcune ore. Da un angolo della radura il guerriero osservava.
La piccola radura assolata era un lago di luce verde invaso dall’erba alta e dai rampicanti. Appena oltre un giovane albero e un folto cespuglio scuro incorniciavano lo splendido paesaggio: la rigogliosa valle si stendeva a destra e a sinistra per miglia e miglia completamente priva di insediamenti umani. Sull’altro versante le alte cime s’innalzavano massicce, e scagliavano le loro possenti membra rocciose verso il cielo, ove erano accolte in una fantasmagoria di viola e di azzurri che si elevava grandiosa e imponente di fronte all’uomo, la cui forza sembrava ridicola ed inutile di fronte a quel maestoso spettacolo.
“Mmphf” un gemito salì da sotto il cespuglio alle orecchie del guerriero.
“Quando il buon Mandha ha creato la luce del sole non ha certamente pensato ai poveri viandanti stanchi che hanno solo voglia di dormire”.
Guardò l’esile figura levarsi dal cespuglio. Un giovane, forse, o un elfo.
Fece per alzarsi, ma lo sferragliare della corazza lo tradì non appena si mosse. Era lampante la differenza fra il fruscio sommesso del viandante e lo sferragliare del guerriero, ma probabilmente quello era l’ultimo dei problemi per entrambi.
Il viandante, dai vestiti un bardo o un giullare, cadde a terra dallo spavento e iniziò a strisciare all’indietro aiutandosi con mani e piedi, cercando freneticamente l’arco e le frecce.
 Il guerriero intanto lo osservava interessato, quasi stupito.
Il giovane sentì qualcosa sotto la mano, l’afferrò e si alzò di colpo, brandendo un mandolino scurito dal tempo e segnato da graffi e ammaccature
-Stai indietro, sono armato e pericoloso!
Il guerriero rise. Nella piacevole calma della radura la sua risata suonò particolarmente roca e cupa.
Il guerriero, infine, si alzò:
- Seguimi ragazzo, io sono qui solo per portarti al tuo fato, poi sarà lui stesso a guidarti. - disse .
-Per mille diavoli di che stai parlando?!
- Dei tuoi mille diavoli!-Gli urlò di rimando l’altro, ormai in mezzo agli alberi.
Il giovane bardo ci ragionò un poco, poi, imprecando, raccolse in fretta le sue cose e corse dietro allo sconosciuto guerriero.
 
Appostati dietro ad uno sparuto gruppo di cespugli studiavano entrambi la piccola valle a picco sotto di loro.
In fondo a una ventina di metri di terra costellata di arbusti un piccolo gruppo di orchetti e di orchi neri si erano accampati. Erano disposti a semicerchio, chiuso a un lato da un piccolo carro, dove probabilmente erano appostate alcune sentinelle, e al centro di questo, accanto al fuoco, stava un piccolo scrigno. Era stretto e molto allungato, costellato di pietre e ornato da un bassorilievo elaborato e intriso di una dolce leggerezza, di evidente fattura elfica.
-Prima di tutto avrai bisogno di una spada, quel pezzo di legno non ti porterà lontano- sussurrò il guerriero, indicando il lungo arco del ragazzo.
-Ehi! Non parlar male del mio arco, l’ho costruito io stesso e, se mi permetti, credo sia quasi un capolavoro.
Il guerriero lo guardò stupito, anche se fatto da un ragazzo non aveva davvero nulla da invidiare a quelli di molti cacciatori esperti con i quali aveva avuto l’onore di combattere.
Guardò il ragazzo con un sorrisetto malizioso.
-Dimostramelo.
E mentre l’altro preparava l'arco lui preparava la sua spada per un probabile fiasco di quel peculiare menestrello.
Il ragazzo contò gli orchi e pose accanto a sé tante frecce ben allineate quanti erano gli avversari. Poi ci pensò un attimo e ne aggiunse un’altra per l’eventuale sentinella del carro, poi la tolse nuovamente. Infine s’inginocchiò e incoccò una freccia, prese un profondo respiro e subito iniziò la danza a lui tanto familiare. Con una velocità sorprendente raccoglieva e scoccava le frecce che aveva preparato accanto a sé, mentre il guerriero strabiliato guardava ora le sue mani sottili ora il campo degli orchi. In meno di una ventina di secondi tre orchi neri e mezza dozzina di orchetti giacevano stesi in semicerchio, più un paio d’altri poco lontano. Pose l’arco per terra e, baldanzoso iniziò a correre lungo la scarpata.
-Che diavolo!- Imprecò il guerriero, poi corse dietro al ragazzo.
Dal carro scese la tanto attesa sentinella che, correndo, raggiunse il fondo della scarpata e si appostò là, con la daga in mano e i piedi ben piantati a terra.
Il bardo non si scompose, si lasciò scivolare per qualche metro ed estrasse un corto pugnale dal tacco dello stivale, poi con un rapido movimento del polso lo scagliò contro all’orco, si rialzò con una capriola decisamente scomposta e scavalcò il corpo esanime dell’orchetto, guardando orgoglioso il coltello piantato a fondo nella gola squamosa, l’elsa che ancora vibrava.
Raccolse una delle daghe degli orchi, più corte e tozze del normale, e si lanciò verso il carro brandendola con entrambe le mani. Ormai preso dalla foga della battaglia dimenticò ogni prudenza e balzò nel carro urlando.
Il guerriero contò tre secondi dopo che il giovane fu entrato nel carro, poi tese all’indietro il braccio con la spada, caricandolo come una grossa fionda e scagliò l’arma con una potenza inaudita. Appena la spada perse contatto con la mano inguantata il bardo cadde dal carro, stordito, con un rivolo di sangue che scendeva da in mezzo alla fronte, e un grosso orco gli balzò addosso con un lungo pugnale in una mano.
La spada lo trafisse ancora in aria, impalandolo sul legno del carro, mentre questi si afflosciava esanime coprendo la luce riflessa della lama.
 
Il maestro
Il giovane bardo si riprese solo alcune ore dopo con la fronte deformata da un immenso bernoccolo color porpora, destato dal fragrante profumo di un maialino arrosto.
-Ho sempre sognato un risveglio simile…
Biascicò ancora semiaddormentato il bardo, mettendosi a sedere.
-Goditelo, d’ora in poi credo proprio che la vita non ti sorriderà granché: cominciando da domani ti sveglierai all’alba e ti allenerai con la spada e lo scudo o disarmato, seguirai lezioni di storia antica e di magia e, soprattutto, dovrai imparare a cucinare meglio del cuoco di un re. Il mio nome è Morahnk di Marnaal, Ahnk per gli amici, maestro o padrone per te.In una situazione normale avresti dovuto rispettarmi, ma mi devi la vita, quindi dovrai adorarmi e obbedirmi come a un tuo dio. Ora, guadagnati la cena: lucidami l’armatura. Domani penserai alla spada e allo scudo.
Il ragazzo aveva ascoltato tutto a bocca spalancata, stupito ed incredulo. Quello strano discorso la aveva lasciato senza parole.
-Che diamine…-
-La mia armatura è ancora sporca, ragazzo, e questo bene degli dei è quasi pronto.
L’interruppe il guerriero, continuando a rosolare il piccolo maialino ben in carne.
Il bardo, afferrata l’antifona, lo fissò con astio, stringendo i pugni, ma un cupo brontolio delle sue già alquanto provate viscere la convinse a trascinarsi strascicando i piedi fino alla grande armatura del guerriero, appoggiata ad un albero.
-Bravo, ragazzo. L’olio è nella mia sacca.
Le successive settimane furono incredibilmente impegnative e frustranti per il giovane cantastorie, il cui nome risultò essere Alidar detto “Dita d’angelo”, e non solo per come suonava, cui toccò imparare in poco tempo i più nascosti segreti nell’arte della spada e i meandri più oscuri del controllo delle energie.
Stando a quanto diceva Morahnk, infatti, la magia come tale non esisteva, ma i cosiddetti “maghi” incanalavano soltanto l’energia che li circondava e la trasformavano grazie alle loro conoscenze.
-Così, Alidar, - spiegava Morahnk- un mago votato alla magia del caos in terra benedetta sarà molto indebolito, mentre un chierico di Vayal sullo stesso terreno sarà diverse volte più potente, capisci?
Il neo-scudiero annuì lentamente, affascinato, accarezzando involontariamente la terra sotto di lui.
E sentì l’energia scorrere.
 
 
La veglia di un condannato
Era notte, il suono del vento fra gli alberi e il frinire delle cicale cullavano il bardo addormentato e il guerriero che vegliava accanto a lui. All’improvviso un fruscio alle spalle di quest’ultimo lo fece voltare all’improvviso, e una scura figura ammantata lo agguantò trascinandolo con sé nel bosco poco lontano. Poche ore dopo il guerriero svegliò il giovane compagno per il cambio della guardia. Ma non riuscì più a prendere sonno.
 
xxx
 
L’ultimo duello del guerriero
Un uomo avanzava lentamente nella boscaglia. Intorno a lui si innalzavano i muri di silenzio del bosco maledetto di Téyer. La spada tesa davanti a lui, quasi come un bastone da cieco, mentre la magia celata in essa irradiava una piccola aura di luminosità, riflessa dalle pietre rosse e verdi sulla lama e dai complicati intarsi dell’elsa.
Quand’era entrato aveva anche un semplice scudo in legno, ma non era durato a lungo, duramente provato dai ripetuti incontri con creature sconosciute ed orribili, che avevano iniziato ad attaccarlo non appena era penetrato tra gli alberi.
Fece una rapida giravolta e mentre tornava nella posizione iniziale, leggero e agile quasi quanto una ballerina elfica, la testa di una specie di enorme pipistrello andava a passare  suoi ultimi secondi a qualche metro dal resto del corpo. Il guerriero ripulì la spada dal sangue dell’immonda creatura e proseguì.
Quando raggiunse l’ampia radura abbassò l’arma e celò a malapena un profondo respiro di sollievo, dopodiché si porto al centro di essa e con voce possente chiamò
-Eccomi, sono finalmente giunto a te, mostrati!
-Bene, o prode- rispose una voce roca da un punto indefinito oltre la linea d’ombra della radura.
Il guerriero in mezzo all’erba abbassò lentamente le palpebre e assunse la posizione di guardia.
Un sommesso rumore giunse dalla sua destra. Spalancò gli occhi e ruotò il corpo in quella direzione, mentre dal bosco un robusto guerriero in armatura usciva caricando e urlando con la sua voce profonda e roca. Scagliò il suo grosso spadone sull’agile spada dell’altro. Scoccarono scintille fra le spade e fulmini fra gli occhi dei due guerrieri, un tempo così vicini, ora l’uno giustiziere dell’altro. Si staccarono con un balzo e iniziarono a girare in tondo. L’uno, nella sua immaturità, di fronte, la spada alta davanti al viso, entrambe le mani strette intorno all’elsa, l’altro gli dava  il fianco, eretto e spavaldo, la spada tenuta mollemente, altezzoso. Il più giovane caricò più volte, respinto continuamente dall’enorme arma dell’altro.
- Sei nervoso, guerriero- Insinuò questi, dopo aver respinto con una naturalezza quasi irritante l’ennesimo attacco.
-Taci!- L’interruppe l’altro, infuriato- taci e concentrati sulla tua arma. Non irritarmi vecchio, sai che non è salutare!
Una risatina di scherno accolse queste parole, e il guerriero in armatura, divertito, si girò, interrompendo la mortale giostra.
- Dimostramelo- sussurrò.
Poi caricò e cominciò ad attaccare, incalzante, mentre l’altro indietreggiava.
Il giovane era in evidente difficoltà, ma la decisione nei suoi occhi non vacillò nemmeno un momento. A ormai pochi metri dagli alberi una radice sporgente lo tradì, facendogli perdere l’equilibrio e l’altro gli fu subito sopra, il braccio alto dietro la schiena, la spada puntata al collo dell’altro.
- Sono stanco di versare sangue, quando ti deciderai ad arrenderti?
- …Mai, tu stesso me lo hai insegnato!
- Stupido, ti aspetta solo la morte!
- Taci!
- D’accordo- Disse allora sconsolato il vincitore, alzando la spada, preparandola per il colpo mortale.
Il giovane alzò all’improvviso il braccio, tendendo la mano aperta verso l’altro e dal palmo scaturì una grande sfera di fuoco, che andò a schiantarsi ad una velocità impressionante sul petto e sul volto dell’altro, solo in parte protetti dall’armatura.
La potenza del colpo spezzò le ossa all’interno del braccio del mago, che urlò di dolore, e scagliò il suo avversario contro un albero, all’altra estremità della radura. Entrambi si accasciarono a terra, esausti.
-Bene- biascicò il guerriero in armatura- e così l’allievo ha superato il maestro.
 
Bravo, questa era la tua ultima prova ¾ ormai non provava più alcun rimorso a mentirgli deliberatamente ¾.Ora che hai provato la tua fedeltà alla dama dovrai tornare da lei. Nella mia sacca c’è una mappa dei monti ghiacciati, vi è segnata una caverna. Là è la corona di Lawen il mago, tuo onorato predecessore. Va’ e falla tua, poi raggiungi la nostra signora alla Torre Alta e salvala. – Infine aggiunse sorridendo- …Bardo.
-Il bardo si è fatto guerriero, Sir Morahnk di Marnaal.
Così, Aridal salutò il suo vecchio maestro e se ne tornò all’accampamento, tenendosi il braccio. A pochi metri dalla radura sentì un fischio acuto venire da dietro di lui e d’istinto estrasse la spada dal fodero. Dagli alberi si avventò su di lui un enorme lupo nero, ringhiando.
La bestia e l’uomo lottarono a lungo, avvinghiati l’uno all’altro, ma la bestia aveva gioco facile contro lo stremato guerriero privato di un braccio.
Così, mentre il grande guerriero dalle dita d’angelo soccombeva alla creatura del Caos e l’ultima speranza della Torre Alta si spegneva, nelle pianure  intorno alla Torre l’orda dei demoni beveva e festeggiava, inneggiando al Martire del Caos; in cima alla torre stessa in una stanza chiusa la Dama Nascondeva impassibile la disperazione e lo sconforto per il triste destino che il Suo paladino non era riuscito ad evitare, e in una radura fresca e ombrosa Morahnk di Marnaal, un tempo paladino della Bianca Signora di Luce ora Martire del Caos, moriva stringendo ancora nella mano un piccolo fischietto d’ebano.
 
 
Sogno di un eroe caduto
Una donna sedeva su di un modesto trono, di fronte a lei un cavaliere attendeva, in ginocchio.
-Mio campione- disse la donna, facendolo alzare- la situazione è disperata, dovrai trovare una via per eludere l’assedio e salvarci. Mio fedele servitore ed amico ti prego e supplico di lottare per salvare la nostra bianca torre di marmo e tutto ciò per cui tu ed io abbiamo lottato e sofferto.
-Sì, mia signora- rispose il cavaliere con voce roca.
E nel sogno, ove nessuno poteva vederlo e il suo orgoglio non aveva voce, Morahnk di Marnaal pianse.

  

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