Il 5°Clone



Sebastian

SEBASTIAN

 

Di StormingMarcus



Al figlio del tuono, creatura del destino, sussurri silenziosi tributeranno gli spiriti della foresta. Ululare dei lupi e stormire delle fronde saluteranno il giusto, che † ciò che dà. Ampie radici e rami secchi l’albero morente senza linfa renderà.

Questa è la profezia che gli anziani della tribù ritenevano avesse preannunciato la mia nascita, avvenuta in una notte di tempesta, illuminata dai lampi e accompagnata dal rombo dei tuoni e dall’ululare dei lupi. Essa era attribuita al fondatore dell’intero clan e veniva conservata da millenni. Tuttavia io ritengo che l’interpretazione delle criptiche parole di ChowHeiss (Lupo Ululante) da parte dei saggi sia stata errata. Così infatti, alla tremenda luce degli eventi successivi, dovrebbe leggersi la profezia.



Al figlio del tuono, creatura della sciagura, sussurri silenziosi tributeranno gli spiriti della foresta. Ululare dei lupi e stormire delle fronde saluteranno l’Equo, che toglierà tutto ciò che dà.

Il clan dei ChowHeiss viveva isolato nella foresta sacra. Il comando della tribù era generalmente nelle mani dello sciamano, tramite tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti della natura e degli antenati. Essi avrebbero dovuto guidare le sue scelte, per consentire al clan di prosperare e proteggere il bosco e i suoi abitanti. Mio padre era stato soprannominato Tonante attraverso il rito delle foglie, e poiché apparteneva alla famiglia il cui capostipite era il fondatore del clan, gli era riservato il ruolo di sciamano. Ogni candidato deve affrontare diversi riti di iniziazione, venendo spesso abbandonato per giorni nel profondo della foresta, per vedere se gli spiriti lo assisteranno, a testimonianza del loro legame con il mortale. Il rito forse più importante per ogni giovane membro dei ChowHeiss era quello delle foglie: tutte le rune di cui era composto l’intricato alfabeto utilizzato dagli antenati venivano inscritte su delle grandi foglie d’albero; queste erano successivamente lanciate in aria e, una volta atterrate, venivano decifrate e interpretate dai saggi per dare un nome al giovane elfo. Quando a questa cerimonia venni sottoposto io, mi fu imposto il nome di Lupo Audace. Dopo la cerimonia delle foglie, dato che il mio futuro era già deciso, iniziai a sottopormi alle varie prove di iniziazione che dimostrano se un candidato è adatto a diventare sciamano della tribù. La principale consiste nel sopravvivere un intero mese, da solo, nel fitto della foresta. Io non ero stato addestrato né alla caccia né all’adattamento ad ambienti ostili, perciò le mie uniche speranze erano legate alla protezione degli spiriti. Passarono però sei giorni di atroci sofferenze, e mi sentivo già rassegnato a morire di fame e di stenti, quando invece, vidi una voce. La vidi perché, proprio mentre pronunciava le sue melliflue parole, mi parve di scorgere una vaga forma impalpabile e attraversata dalla luce. La soave voce mi promise il suo aiuto, ma volle in cambio che accettassi di svolgere i suoi ordini per quanto avrebbe riguardato la gestione del clan; certo del fatto che fosse uno spirito degli antenati che avrebbe condotto i ChowHeiss a splendori mai raggiunti, le prestai ascolto. Mi concesse il potere di comunicare con gli animali, e sfruttai questa capacità per far sì che essi mi procurassero il cibo in cambio di cure o altri favori. In questo modo riuscii a sopravvivere senza alcun problema, e trascorsi il tempo in meditazioni e conversazioni con il mio spirito protettore. Esso mi istruì in diversi rituali, del tutto simili a quelli che svolgeva abitualmente mio padre, e mi disse che sarebbero serviti ad acquistare il favore delle forze della natura e delle altre presenze della foresta. In cambio di questi rituali, che compivo segretamente, lo spirito mi infuse diversi poteri, ma mi disse anche di non sfruttarli quando altri fossero presenti, perché altrimenti ne sarei stato privato immediatamente. Pur sospettando di ciò, io avevo ben presente le cerimonie officiate da mio padre, e il fatto che egli non avesse mai fatto mostra di poteri mistici mi fece pensare che tutti gli spiriti ponessero tali obblighi sui loro protetti. Superata con facilità la prova di sopravvivenza, gli altri rituali furono una semplice formalità per me, visto che avevo un potente spirito disposto ad aiutarmi. La cerimonia che mi veniva richiesta più spesso dalla mia guida imponeva un piccolo sacrificio da parte mia: consisteva nel praticare delle piccole incisioni sul mio braccio, da cui stillare sangue sul cerchio di evocazione che utilizzavo per richiamare a me i poteri dello spirito. Con il tempo, tutti questi piccoli tagli avrebbero ricoperto il mio intero braccio di linee nere collegate fra loro, come a formare una specie di marchio. Lo spirito mi assicurò che era un simbolo della mia fedeltà a lui, perciò non mi preoccupai. Mi allontanavo spesso dal villaggio per adempiere queste segrete cerimonie, raggiungendo a volte addirittura i margini della foresta. Un giorno, mentre cercavo un luogo isolato, mi imbattei in una giovane umana, che mi disse di essere in fuga da non so quali creature malvagie, e che avrei dovuto aiutarla. Non indagai oltre, anche perché mi era sempre stato insegnato che aiutare il prossimo è un’azione che un nobile elfo non dovrebbe mai rifiutare di compiere, perciò cercai un punto dove la ragazza avrebbe potuto nascondersi, e poi esplorai un poco la zona alla ricerca degli inseguitori. Vidi che un paio di creature orribili, probabilmente orchi, erano sulle tracce dell’umana, e certamente avevano intenzione di farle violenza, o anche peggio. Attesi silenzioso che si avvicinassero, e poi sfruttai la mia energia mistica per colpirli, aiutandomi con il mio fido bastone. I due, molto intimoriti dalla mia dimostrazione di potere magico, fuggirono rapidamente. Tornai dalla ragazza e le chiesi da dove venisse: abitava in un piccolo villaggio poco lontano dalla foresta e non era cosa inusuale che qualche orco raggiungesse l’insediamento per tentare di portare via qualche ricchezza o qualche giovane preda. Incuriosita dalle strane rune incise lungo il bastone che portavo con me, chiese cosa fossero e le raccontai della profezia, dei rituali e del clan. Disse di chiamarsi Danielle e, dopo avermi ringraziato con un bacio, promise che sarebbe presso tornata qui perché era interessata a conoscere qualcosa di più sui ChowHeiss. Cominciai ad allontanarmi dal villaggio sempre più spesso, mantenendo accuratamente nascosti i veri motivi della mia assenza. Quella ragazza non si trovava in soggezione per i miei poteri o per il mio ruolo nel clan, e questo mi affascinava molto. Era una persona spontanea e dolce, e certamente non aveva per me tutte le grandi aspettative che nutrivano gli altri elfi al campo. All’inizio gli incontri con Danielle erano un piacevole passatempo lontano dalle responsabilità del clan, ma poi devo ammettere che mi innamorai dell’umana: oltre alle qualità che avevo già riscontrato in lei, mi accorgevo ogni giorno di più di quanto fosse bella, nonché, come tutti gli umani, fragile e bisognosa di attenzioni. Non chiesi mai l’opinione del mio spirito guida sulla ragazza, perché, qualunque risposta mi avesse dato, non sarebbe servita a dissuadermi dall’incontrarmi con lei. Un giorno, erano ormai passati diversi mesi dal nostro primo incontro, giunse trafelata all’entrata della foresta e mi disse triste che, siccome la sua famiglia aveva scoperto la nostra relazione, le aveva proibito di vedere di nuovo un elfo ChowHeiss… Pronunciate queste parole, fuggì impaurita verso il suo villaggio. La mia tristezza mi portò a meditare ancora più profondamente del solito, e capitava che al villaggio non mi vedessero addirittura per diversi giorni, tanto mi perdevo nei meandri dei miei pensieri. Tra i membri della tribù c’era fermento, perché alcuni esploratori avevano ritrovato in delle rovine sotterranee un pugnale, che si riteneva fosse appartenuto al fondatore del clan. Lo spirito mostrò fin da subito una certa curiosità verso il Dente del Lupo, questo era il nome dell’arma, quindi mi recai presso gli anziani per ammirare la bellezza del pugnale rituale del mio antenato. La leggenda narra infatti che, il prode ChowHeiss lo utilizzasse per infliggere il colpo di grazia ai nemici sconfitti in battaglia, tra i quali vengono annoverati anche diverse creature soprannaturali come spiriti malvagi o draghi corrotti. Egli utilizzava un particolarissimo stile di combattimento, che fondeva le tradizioni sciamaniche e l’abilità con la spada. Questo stile venne insegnato ai suoi discendenti e tramandato così fino ai giorni nostri, e i migliori combattenti del clan si sottoponevano a complessi riti per riuscire ad apprendere anche solo parzialmente una di queste tecniche. Lo spirito non arrivò mai a chiedermi di impossessarmi di quell’arma, ma intuivo che provava una morbosa curiosità verso di essa. Nel frattempo, per cause che nessuno è mai riuscito a rivelare, nel nostro villaggio e in quelli limitrofi alla foresta la gente iniziò a morire. Alcuni parlavano di una malattia non curabile, altri di una punizione degli dei per qualche creatura particolarmente empia, altri ancora di un influsso malefico, probabilmente derivante dalla corruzione di qualche spirito della foresta. Nessuno del clan seppe dare una risposta, e questo misterioso morbo continuava a mietere vittime. Persino mio padre ne fu colto e, nonostante tutti gli sforzi che io e mia madre prodigammo, non riuscì a sopravvivere. Mia madre, che era conosciuta per essere una formidabile guaritrice, non seppe darsi pace per aver fallito nel curare il proprio marito, e iniziò a rimanere rintanata nella sua capanna sempre più spesso, non ammettendo altri all’infuori di me o di qualche sua vecchia confidente. La morte di mio padre compiva il mio destino, era giunto il momento del rituale più importante, quello che mi avrebbe definitivamente reso lo sciamano dei ChowHeiss. La cerimonia non fu particolarmente sfarzosa, ma come simbolo di potere mi furono concesse alcune reliquie che erano state ritrovate presso la sepoltura di ChowHeiss; le custodii gelosamente, ma lo spirito parve sempre preferire il pugnale, che mi era concesso utilizzare solo durante i rituali ufficiali. Quando terminò il periodo “sacro”, cioè quello appena seguente la cerimonia, nel quale lo sciamano deve officiare ripetute cerimonie giornaliere per rendere tutte le entità mistiche e soprannaturali favorevoli a sé e al popolo, decisi di arrischiarmi fuori dalla foresta, per controllare se la mia amata Danielle fosse stata graziata dalla strana malattia che era appena terminata (effetto che i più attribuivano alle mie cerimonie). Il villaggio dove la donna abitava era deserto, probabilmente i pochi sopravvissuti avevano deciso di abbandonarlo come precauzione; a un certo punto, quando ormai stavo per andarmene senza speranza, intravidi vicino a una casupola una bambina. Era molto piccola, e vagava disperata nelle vie deserte del paesello; capii subito che il fatto che fosse ancora in vita significava che l’abitato era stato abbandonato da poco tempo, probabilmente da non più di un giorno. Quando però mi avvicinai, mi colse un colpo al cuore. Notai che la bambina aveva una somiglianza praticamente perfetta con la mia Danielle.

 

Nonostante fosse umana, pensai subito che fosse mia figlia, e questo fatto conferiva una nuova interpretazione a parte della profezia.



Ampie radici e rami secchi l’albero morente senza linfa renderà.

La prima parte di questa frase, probabilmente, significava che i miei antenati erano forti e numerosi, mentre i miei eredi sarebbero stati scarsi nel numero e nelle forze (proprio come gli umani). Non potevo certo permettere che mia figlia finisse in pasto a qualche orco o a qualche creatura della notte. Mi avvicinai, la presi con me e decisi che, non potendo tornare nella foresta con una piccola umana, l’avrei affidata alle cure di qualche buon’anima in una città vicina. Non sapevo se esistessero insediamenti vicino a quello appena abbandonato, perciò mi incamminai in una direzione suggeritami dal fato, o dal caso probabilmente. Procedendo per quasi una intera giornata, giunsi in un piccolo paese di campagna. Qui condussi la piccola presso un edificio che sembrava una grande casa, e le feci bussare la porta; prima che qualcuno potesse aprire, ero già sparito. Sapevo che avevo affidato mia figlia a un perfetto sconosciuto, che l’avrebbe potuta trattare anche peggio degli orchi, però era l’unica cosa sensata che potessi fare, e pregai gli spiriti di riservarle una sorte favorevole e di non farmi pentire di questa scelta davanti a lei, se mai un giorno l’avessi incontrata. Al villaggio, non feci mai parola di ciò con nessuno: solo gli spiriti sapevano le mie vicende, e mi fidavo solo di loro. Diversi anni passarono senza alcun avvenimento interessante, e mi videro sempre indaffarato in cerimonie e rituali per salvaguardare il mio popolo. Dopo la scomparsa di mio padre, ero l’unico non anziano ad essere ammesso al consiglio dei saggi, perciò molti giovani cercavano da me consigli perché ritenevano che avrei potuto ben comprendere i loro problemi. Venivo apprezzato soprattutto per le mie decisioni riguardo ai litigi fra membri del clan, e anche questo veniva ricondotto alla profezia, che mi attribuiva il soprannome di Giusto. Un giorno, però, lo strano morbo che aveva causato diverse morti nel villaggio, prese forma. Un giovane guerriero, chiamato Aquila secondo i canoni della tribù, giurava di aver visto in sogno un demone che, evocato da me, avrebbe distrutto il villaggio e messo fine all’intero clan ChowHeiss. Questa notizia provocò grande subbuglio nelle coscienze degli elfi: alcuni mi accusavano apertamente di aver provocato il morbo per prendere rapidamente il posto di mio padre; altri, invece, mi difendevano a spada tratta, ritenendo che mai e poi mai avrei compiuto azioni di tal fatta. Un consiglio straordinario degli anziani decise che si trattava certamente di un’influenza demoniaca quella che aveva colto il guerriero; il demone sperava di farmi uccidere, in modo che, senza uno sciamano a difendere il clan, questo sarebbe stato facilmente preda degli spiriti malvagi. Aquila venne esiliato, e condotto in una sorta di carcere: riuscì però a evadere ancora prima di venire rinchiuso, e di lui non si seppe più nulla. Gli altri accusatori ammisero l’errore e attraverso pubbliche ammende furono riammessi alle cerimonie del clan, annullando la pena d’interdizione comminata a chi si macchia di particolari crimini. Dopo questa vicenda, la fiducia nei miei confronti crebbe ancor più, e non mi si presentò davanti alcun problema quando richiesi il pugnale rituale. Lo spirito aveva continuato a chiedermi di possederlo, e io finalmente lo avevo accontentato. Per alcuni giorni, io non sentii più la sua voce; non ne capii assolutamente il motivo, ma durante la sua assenza riuscii a comunicare con altri spiriti (cosa che, stupidamente, non avevo mai fatto prima), i quali mi misero in guardia dall’errore che avevo commesso. Non compresi le loro parole, ma entrai in uno stato di ansia, poiché ero consapevole di aver fatto qualcosa di sbagliato, e che probabilmente le conseguenze sarebbero ricadute anche sul mio incolpevole popolo. Disperato, fuggii nel fitto della foresta, per tentare di stabilire un contatto con uno spirito che avrebbe saputo mostrami dove avevo errato. Trovai sulla mia strada, invece, un gatto baio, l’animale sacro alla tribù (accompagnava abitualmente ChowHeiss nelle sue raffigurazioni): questo felino veniva incontrato raramente, ed era considerato un segno del destino. Mi accorsi che, nonostante il legame con il mio spirito guida fosse interrotto, mantenevo tuttavia i poteri che mi aveva concesso; riuscivo pertanto a comunicare con l’animale. Questi mi disse solo di tornare al villaggio, e lì avrei avuto le mie risposte. Corsi trafelato a ritroso, e vidi che le mie paure si erano trasformate in certezze. Una creatura che non saprei descrivere, terribile e aberrante, troneggiava sulle rovine del villaggio e sulle ceneri del mio clan… In mezzo a fuoco e fiamme, riuscì a vedere qualcuno che si contorceva terribilmente o che tentava di non essere divorato dalla bestia. A un certo punto, mentre tentavo di sfruttare i miei poteri per indebolire il mostro, questi mi colpì con una lingua di fuoco, ed io svenni. Mi destai non so quanto tempo dopo, in mezzo ai cadaveri dei miei compagni e alle rovine del nostro villaggio. Vagai per un intero giorno alla ricerca di qualche superstite nella zona, ma riuscii solo a contare i morti che incontravo sulla mia strada. La mia stoltezza era costata la distruzione all’intero clan, erano morti tutti! Mi ero lasciato sedurre da un demone, il cui obiettivo era semplicemente quel maledetto pugnale… E chissà a quali rituali mi aveva costretto, facendomi credere che fossero delle semplici cerimonie per gli spiriti! Non riuscivo a capacitarmi di essere stato io la causa di tutto questo! Quando tornai al villaggio, in lacrime, vidi che un gatto baio divorava un lupo. La scena era un’evidente metafora di ciò che era accaduto… La tribù del Lupo era stata distrutta! Il gatto, però, quando mi vide parve ammansirsi, e mi si avvicinò, come se volesse condividere il mio strazio e la mia sofferenza. Da quel momento lo tenni con me, come simbolo della mia volontà di ricostruire ciò che avevo distrutto… Mentre meditavo ancora sul da farsi, incontrai presso le rovine Aquila, il giovane che mi aveva accusato di ciò che si sarebbe poi rivelato tristemente vero. Non mostrò rancore nei miei confronti, e io gli promisi che avrei fatto di tutto per rifondare la nostra gloriosa tribù… Ormai diversi mesi sono passati, ed Aquila ed io siamo sulle tracce del demone che mi ha persuaso a rovinare la mia esistenza. Ma io nutro ancora qualche speranza di trovare mia figlia…

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