Il 5°Clone



La driade

Mancavano diverse ore all’alba, ma la luce della luna non riusciva a penetrare tra le folte chiome degli alberi sotto cui avevano deciso di accamparsi per la notte. Dei cinque viandanti solo uno era sveglio, mentre gli altri dormivano in attesa del loro turno di guardia. Si erano sistemati in un piccolo spiazzo erboso sotto una grossa quercia, attorno a loro gli alberi erano fitti ed immersi nell’oscurità.

Jorgunn gettò distrattamente un ciocco di legno nel fuoco e si alzò in piedi per fare il giro del campo per l’ennesima volta.

A vederlo, così guardingo e con la spada stretta in pugno, pareva prendesse sul serio il suo compito, in realtà fare la guardia lo annoiava a morte. Sperava sempre che accadesse qualcosa che giustificasse quelle ore sprecate ad osservare i dintorni e a ravvivare il fuoco, magari qualche fatto straordinario degno di essere ricordato in una ballata. Quella notte sarebbe stato accontentato.

Conclusa la breve perlustrazione si sedette nuovamente a terra e appoggiò la spada accanto a se, le braccia abbandonate stancamente sulle ginocchia. Volse lo sguardo sulle fiamme tremolanti e ne rimase come ipnotizzato, con la testa che si faceva pesante e le palpebre che lentamente si chiudevano. Stava inesorabilmente per assopirsi, quando lo schiocco di un ramo spezzato alle sue spalle lo riscosse dall’intorpidimento. Si sfregò gli occhi assonnati e afferrò la spada mentre balzava in piedi.

Rimase immobile in ascolto per qualche attimo, poi mosse qualche passo nella direzione in cui gli era parso di udire quel suono. Dopo qualche istante di silenzio udì alcuni rumori simili al primo e un fruscio di foglie mosse dal vento. Chiunque o qualunque cosa fosse, stava venendo verso di lui.

Nell’oscurità che circondava la radura gli parve di scorgere un’ombra sottile saettare tra gli alberi. Poteva anche trattarsi di un semplice animale ma decise di accertarsene. Avanzò incerto verso il margine del campo, quando una brezza improvvisa gli accarezzò il volto portandogli alle narici un tenue profumo di fiori.

Come d’incanto i suoni cessarono, lasciando nell’aria solo quello strano aroma. Jorgunn disse a se stesso che probabilmente stava sognando ad occhi aperti, quando da un robusto tronco lentamente sbucò una creatura.

Sembrava una giovane donna che lo osservava incuriosita. Aveva boccioli e foglie intrecciati tra i selvaggi capelli ramati e, cosa non da poco, era completamente nuda, se non per alcuni sottili rampicanti attorcigliati alle braccia e alle gambe ben tornite. La sua pelle, liscia e vellutata, stranamente era dello stesso colore della corteccia degli alberi.

Jorgunn sgranò gli occhi per la sorpresa: non aveva mai visto una creatura così bella.

Si sentiva attratto da quella bellezza ancestrale, e allo stesso tempo ne era impaurito. Lui era uno skald, un cantastorie delle tribù barbariche, e di leggende su creature magiche ne conosceva a bizzeffe. Quella davanti a lui sembrava essere una driade, una fata dei boschi che si diceva potesse …

Una voce soave lo riscosse da questi pensieri. «Vieni con me» gli sussurrò allungando una mano affusolata nella sua direzione.

Lo skald si sforzò di risponderle, ancora incredulo per la visione. «Io non dovrei allontanarmi» balbettò imbarazzato, lanciando un’occhiata distratta ai suoi compagni addormentati pochi metri più indietro. Quella non era una ragazza qualsiasi a cui potesse fare la corte, era una fata, e da quel che sapeva ne esistevano di malvagie che si nutrivano di giovani uomini ignari, ma anche di buone che facevano loro splendidi doni. Pregò mentalmente che questa creatura appartenesse alla seconda categoria.

«C’è un laghetto qui vicino, sarai ad un passo da qui. Vieni, non avere timore» continuò la driade. Il suo tono di voce era delicato, eppure estremamente convincente.

Jorgunn lasciò cadere a terra la spada, non riusciva a resistere a quegli splendidi occhi verdi che sembravano chiamarlo a se. Doveva seguirla.

Quando lo prese per mano si lasciò guidare attraverso l’oscurità. Era come stordito, completamente soggiogato dalla creatura che lo stava trascinando sempre più in profondità nella selva. Dopo un tempo che poteva essere lungo come l’eternità o breve come un battito di ciglia, Jorgunn si ritrovò in un’altra radura, dove la luce lunare si rifletteva in uno specchio d’acqua punteggiato di ninfee.

La driade gli lasciò la mano e si sedette sulla riva dello stagno. Ripresosi dalla confusione iniziale, lo skald la seguì, sedendosi accanto a lei. Tentò di aprire bocca per parlare ma lei lo zittì immediatamente posandogli un dito sulle labbra.

«Shhh! Lascia fare a me» gli sussurrò all’orecchio.

Jorgunn si sentiva inerme di fronte a quella stupenda creatura e si rese conto di desiderarla con tutte le sue forze. La driade lo aiutò a togliersi i vestiti e accarezzandogli il petto nudo lo spinse a sdraiarsi accanto a lei.

Con il corpo caldo della fata premuto contro il suo, lo skald dimenticò ogni timore ed incapace di trattenersi la baciò avidamente. Le sue labbra erano dolci e carnose e il suo bacio ardente come il fuoco.

Ebbro di desiderio la spinse sotto di se afferrandola per i fianchi sinuosi, baciandole il collo affusolato e i seni piccoli e sodi. Si amarono a lungo, ubriachi l’uno dell’altro fino al culmine di quella passione dolce e selvaggia.

Il sole stava ormai facendo capolino quando Jorgunn si risvegliò da quel magnifico incanto. Con la testa che gli ronzava si mise a sedere sull’erba, e per alcuni istanti ebbe il dubbio di essersi addormentato vicino al fuoco e di aver sognato ogni cosa, ma si rese immediatamente conto di essere nudo. Non si trovava nell’accampamento con i suoi compagni ma era in una radura assolata, accanto ad un piccolo stagno, con gli abiti e la cotta di maglia ammucchiati poco distante. Non poteva essere stato un sogno.

Diede uno sguardo attorno a se in cerca della sua fata, ma c’era soltanto lui in quel luogo. La driade era svanita.

Accarezzandosi il mento ispido cercò di schiarirsi le idee. Si avvicinò all’acqua limpida per lavarsi il viso, poi rimuginando sulla nottata appena trascorsa si rivestì.

Fece appena in tempo a incamminarsi nella foresta, seguendo a ritroso le tracce che lui stesso aveva lasciato poche ore prima, quando improvvisamente ricordò una leggenda sulle creature fatate secondo la quale le driadi ammaliassero gli uomini per procreare e perpetuare la loro specie. Jorgunn sì scoprì a sorridere pensando che presto in quei boschi avrebbe camminato una piccola driade dai riccioli biondi.

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