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Harry Potter e la maledizione dell'erede

  Titolo: Harry Potter e la maledizione dell'erede
  Genere:
 Fantasy
  Editore:
 Salani
  Autore:
 John Tiffany e Jack Torne
  Basato su una storia originale di:
 J.K. Rowling
  Anno:
 2016
  Formato:
 357 pagine
  Prezzo:
 19,80 euro

 

Una volta conclusi I doni della Morte, J.K. Rowling promise che non avrebbe scritto un altro libro di Harry Potter, e che la saga si sarebbe conclusa nel 2007. Ora, a poche settimane dall’uscita del prequel “Gli animali fantastici e dove trovarli” esce in libreria il copione dello spettacolo teatrale che narra le vicende dei figli di Harry Potter. Non volendosi qui accusare la Rowling di essersi messa a caccia di maggior denaro, è più probabile pensare ad un’altra possibilità. La Rowling è giovane, e ha proseguito la sua serie fino al traguardo che si era imposta fin da principio, senza allungare più del previsto i contenuti. In più, contrariamente ad altre saghe (letterarie e non solo), non ha perso pubblico ed è stata apprezzata fino in fondo. Quindi, non essendo stata obbligata a lavorare più del desiderato dalla sua casa editrice e non essendosi trovata nel finale a corto di idee o di qualità è probabile che l’autrice avesse ancora molti progetti nel cassetto, e che non sia riuscita fino in fondo a staccarsi dal mondo cui si era tanto affezionata. Indi, anche se nelle forme più particolari, sentiremo ancora parlare a lungo di Harry Potter e delle sue scuole.

 

 

 

La maledizione dell’erede è lo spettacolo teatrale ispirato alle vicende ambientate circa vent’anni dopo il penultimo capitolo dell’ultimo libro della serie e cominciano con l’esatto ultimo capitolo de I doni della morte, con un Harry quarantenne che fa le dovute raccomandazioni al figlio. Anche se il libro viene già soprannominato “Harry Potter 8” bisogna tenere bene a mente le opportune differenze.

Per prima cosa ciò che si legge non è un romanzo, ma il copione di uno spettacolo teatrale. I copioni di tragedie e commedie, anche senza la raffigurazione attoriale, possono costituire ottime letture fin dai tempi di Eschilo e di Aristofane, ma bisogna ben tener presente la differenza del medium narrativo che condiziona anche le tempistiche, determinate battute, il quantitativo di personaggi possibili presenti in una scena e la condensazione della lettura.

In secondo luogo J.K. Rowling, anche in virtù del primo punto (un autore di libri non è necessariamente in grado di scrivere spettacoli teatrali, sceneggiature di film, fumetti e quant’altro), ha concesso i suoi personaggi a due veri sceneggiatori, John Tiffany e Jack Thorne, che sono gli effettivi autori del materiale che vi apprestate a leggere. Quale sia stato l’effettivo contributo della Rowling è difficile da capire, e probabilmente accadrà ciò che è accaduto in situazioni simili a questa: i fan considereranno come provenienti dall’amata autrice tutte le parti che apprezzeranno, attribuiranno ai nuovi autori ogni scelta ritenuta sbagliata e, se l’opera a lungo andare dovesse essere mal considerata, alla Rowling ci vorrà poco per sottoporre il tutto a damnatio memoriae e a scrivere qualcos’altro tenendo tale materiale in scarsissimo conto.

Il terzo aspetto da tener presente è che i due autori si confronteranno quindi con un fandom consolidato che desidera determinate soluzioni e determinati avvenimenti. Ciò fa sì che la libertà concessa nell’osare sia assai limitata, dovendo trovare la corretta mediazione tra innovazione e ripetizione tentando anche di costruire una buona storia. Il pubblico di appassionati di Harry Potter è molto meno diversificato di quello, ad esempio, di Star Wars (diviso tra chi è cresciuto con l’una o l’altra trilogia), ma se una diviene l’anima collettiva da appagare, ancor più compatto e completo rischia di essere il fallimento o il successo dell’operazione.

 

 Se funziona sarà il sequel ufficiale, se non funziona sarà tutta colpa loro...

 

La maledizione dell’erede inizia quindi riproducendo esattamente il finale de I doni della morte, nella scena in cui Harry accompagna alla stazione Albus Severus Potter e gli dice che, anche se dovesse andare a Serpeverde non ci sarebbe nessun problema. Mai profezia fu più veritiera a metà. Albus Severus andrà a Serpeverde e la cosa gli darà non pochi problemi, anche perché i nomi che gli sono stati imposti generano una serie di aspettative non indifferenti da parte di tutti. In più a diventare amico di Albus Severus sarà proprio il figlio di Draco Malfoy, Scorpius, che viene sospettato da tutti di essere il figlio di Voldemort.

Una serie di espedienti narrativi consentiranno l’apparizione di molti personaggi amati dal pubblico, e la lettura scorre senza impedimenti dall’inizio alla fine, in un libro-copione che è possibile leggere tutto d’un fiato.

 

Difficile esser figlio di tale celebrità...

 

L’operazione avvince ma non convince. Pur di impostare una trama che richiami appieno i sette successi precedenti piuttosto che esplorare nuove direzioni talvolta sembra quasi più un “What if” (cosa sarebbe successo se..?) invece di essere un sequel, e pur di arrivarvi sovverte alcune delle regole e degli assunti del mondo che avevamo appreso nelle storie precedenti.

La struttura dell’opera è quella giallistica-scolastica dei normali Harry Potter, ma si vede come manchi la capacità, cui si è ormai abituati, di tenere assieme tutti i fili pendenti e ricondurre il tutto ad un finale alla Agatha Christie che solo ad una terza o una quarta lettura darebbe l’impressione che non tutto torni.

In più, nell’assenza di rischi compiuti su questo fronte è strano notare come i personaggi non siano affatto cambiati in vent’anni. Solo Harry risulta più vecchio e più stanco, in una versione di padre in difficoltà assai abusata nei sequel di questo genere, mentre i suoi compagni sembrano ancora le stesse persone che hanno concluso la scuola, senza che le loro carriere o la presenza dei figli abbiano influito sulle loro personalità o sul modo in cui si relazionano. Hermione e Ron, in particolare, sono rimasti perfettamente identici a come li abbiamo visti nell'ultimo libro, tanto che risulta difficile immaginarseli veramente diversi dagli Emma Watson e Rupert Grint che abbiamo visto baciarsi nel film del 2011. Ogni personaggio presente sulla scena si comporta esattamente come ci aspetteremmo da lui, spesso reagendo con battute prefatte o luoghi comuni già presenti nella serie e qui messi ancora più in risalto dalla loro ripetitività e dal peso che viene loro dato (il potere dell’amicizia).

 

A teatro mi hanno anche cambiato il colore della pelle, ma nonostante tutti i figli che ho avuto e l'elezione passata sono ancora uguale a com'ero al college... 

 

Alcune note finali sull'edizione nostrana. La Salani compie il desiderio di molti portando in Italia uno spettacolo teatrale la cui visione costerebbe un viaggio a Londra ed una prenotazione effettuata con molti mesi di anticipo.

Tuttavia compie un errore madornale nella traduzione, dimenticando ogni apporto della società tolkieniana (esiste una prima edizione italiana dai nomi molto strani, poi sostituita da quella che tutti hanno letto) e traducendo come faceva usualmente solo i nomi di Albus Silente e Severus Piton. Gli altri personaggi mantengono il nome inglese, da Minerva MacGonagall (invece che McGranitt) a Neville Longbottom (al posto di Paciock, e che spesso nell’opera viene citato solo per cognome), e in una storia costruita di camei la maggior parte dei riferimenti finirà per sfuggire ai lettori che non conoscono i nomi originali.

In più anche i nomi tradotti sono stati spesso resi in modo diverso. Così Tassorosso è ora Tassofrasso, le Sirene sono Maridi, i Mezzosangue sono divenuti Sanguemarcio e il Platano Picchiatore si trova a chiamarsi Salice Schiaffeggiante.

In una storia costruita sui camei e sui riferimenti una traduzione simile non solo rischia di causare un senso di spaesamento nel lettore, ma spesso impedisce la stessa comprensione di ciò che sta accadendo nella storia.

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