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La leggenda di Earthsea

Titolo: La leggenda di Earthsea
Editore: Nord
Autore: Ursula K. Le Guin
Anno: 2007
Formato: 832 pagine
Prezzo: 19,90 euro

 

 

 

“La leggenda di Earthsea” o “I racconti di Terramare”, per dirlo col titolo che è stato dato alla versione italiana del film. Tra i due forse sarebbe preferibile il secondo, dal momento che di una serie di racconti, per l’appunto, si parla. Cinque sono i libri di questo ciclo, aventi come filo conduttore la crescita di un giovane personaggio (ogni volta diverso), affiancato dai protagonisti dei precedenti (in particolar modo Ged/Sparviero sarà ben presente in tutti, prima come discepolo e poi come istruttore). Nel dettaglio si analizzano le evoluzioni di:

Ged, giovane mago tanto dotato quanto orgoglioso, ne “Il mago di Earthsea” (1968)

Arha, sacerdotessa reincarnata delle tenebre, ne “Le tombe di Atuan” (1971)

Arren, giovane principe, ne “La spiaggia più lontana” (1972)

Therru, ragazza misteriosa orribilmente sfregiata, ne “L’isola del drago” (1990)

E, infine, anche se in misura molto minore, Alder e Seserakh ne “I venti di Earthsea” (2001)

Per quanto riguarda l’ambientazione invece il perchè del suo nome (Earthsea o Terramare che dir si voglia) è subito comprensibile aprendo la cartina iniziale. Un mondo di isole, in cui quindi l’arte della navigazione sarà fondamentale, così come lo saranno i maghi nel controllare i venti.

 

Mappa di Earthsea 

 

Nel mondo di Earthsea la magia si utilizza pronunciando i veri nomi delle cose, ma è stato scritto trentacinque anni prima di Eragon.

La magia si pronuncia nella lingua dei draghi, ma il primo libro ha sei anni in più della prima edizione di Dungeons & Dragons.

Un mondo che quindi solo per errore potrebbe sembrare qualcosa di già visto, dove in un interessante dominio dell’Equilibrio, Ursula K. Le Guin riesce a creare un curioso sistema di magia in cui, per dirla con le parole di uno dei personaggi, “sembra che la magia sia adatta solo a fare grandi cose”. Un mago infatti, come ben giustificato, non può procurarsi da mangiare o da bere con un incantesimo, e anche se lo facesse sarebbero solo illusioni e la fame finirebbe solo per aumentare, mentre gli altri incantesimi possibili non illusori non sarebbero molto utili allo scopo.

Un fantasy che, come si nota fin troppo presto, risale ad un periodo in cui il genere era ancora privo dell’influenza di Guerre Stellari (il primo libro risale a nove anni prima del primo storico film di George Lucas, per l’esattezza). Alla Le Guin non basta scimmiottare qualche frase di Obi-wan o inserire qualche citazione dal maestro Yoda per dare saggezza alle parole dei suoi personaggi, e, lasciata così interamente a sé stessa, riesce a tirar fuori dal mago Sparviero ragionamenti decisamente interessanti ed originali, senza frasi fatte e senza grandi ripetizioni, quando nessuna frase sembra posta a caso.

Privo di difetti? Non direi, perchè Earthsea è un fantasy che piace però non prende, molto capace nell’approfondire i personaggi e nello svilupparli, ma un po’ meno abile nel catturare il lettore nelle vicende e le cui conclusioni risultano spesso un po’ troppo affrettate (dopo essere state ampiamente dilatate nel resto del libro) e poco convincenti.

A tal proposito però bisognerebbe fare una distinzione tra i primi tre libri (scritti negli anni ’70) e gli ultimi due (1990 e 2001), dal momento che ben si nota un miglioramento da parte dell’autrice, che comincia a trattare, sempre in modo non banale, il tema della vecchiaia e della perdita delle proprie capacità che comincia ad affliggere i protagonisti, e in cui si nota una miglior distribuzione del ritmo delle vicende. Nell’arco di trent’anni Ged e la sua autrice sembrano essere maturati assieme.

 

 

Tre note sull’edizione italiana. La prima è che forse sarebbe stato meglio se il libro italiano e la versione italiana del film che ne è stato tratto avessero avuto lo stesso titolo o, perlomeno, avessero fatto una scelta comune sul nome dell’ambientazione.

La seconda è che, per quanto sia comunque indispensabile trovare una mappa del mondo all’inizio del libro, per le dimensioni dei caratteri per cui è stata scritta serve una lente d’ingrandimento per leggerla. Non che le mappe de La Ruota del Tempo e de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco abbiano caratteri molto più grandi, ma in questo caso si tratta di un dedalo di isole e di moltissimi nomi messi uno a fianco all’altro.

La terza riguarda la resa di un nome, quello usato dal grassoccio giovane amico di Ged durante il suo apprendistato: se è vero che, avendo italianizzato tutti gli altri, era bene farlo anche col suo, bisogna ricordare che trasformare “Vetch” in “Veccia”, per quanto etimologicamente corretto, per chi non conoscesse l’apposita pianta in alcuni dialetti non richiama affatto alla mente un giovane ragazzo maschio.

La veccia

La vecia 

 

Da questo ciclo di libri sono stati tratti un film e una serie tv. Non conoscendo la seconda, parlerò solo del film. Diretto dal figlio di Hayao Myazaki e prodotto dallo studio Ghibli (“La città incantata”, “Il castello errante di Howl”) riprende principalmente le vicende de “La spiaggia più lontana”, mescolandole parzialmente con “L’isola del drago” e citando di tanto in tanto “Le tombe di Atuan”. Nonostante il film sia di per sé un lavoro di indubbio valore, non riesce a reggere il confronto col libro, di cui non sembra capace di trasporre lo spirito. Sparviero non è dotato della saggezza della sua controparte cartacea e neanche i suoi discorsi reggono il confronto mentre Arren viene dotato di una controparte oscura che nulla c’entra coi libri.

Therru è (per citare Calcifer) la più bistrattata: da terrorizzata, silenziosissima e fortemente legata alla madre adottiva diventa solo una ragazzina leggermente asociale e scontrosa. Le ustioni che nel libro le hanno distrutto mezzo corpo, tanto che la sua mano sembra solo un moncherino e alla disastrata parte sinistra del volto manca l’occhio lasciando solo un’orbita vuota, vengono rese nel film con una leggera scottatura sotto l’occhio, rendendo estremamente difficile capire come mai le pettegole del villaggio la definiscano “mostruosa”.

Tenar è l’unica che se la cava senza troppi cambiamenti, anche se mi sarei aspettato una pelle più bianca.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I racconti di Terramare

 

 

 

In definitiva, tornando al libro, si tratta di un’opera che vale di certo perlomeno una letta, anche solo per dare un’occhiata ad un fantasy meno influenzato dalle opere cui siamo abituati, dotato di idee curiose ed originali.

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